Dreamtime Dance Magazine
EDITORIALE
Il magazine Dreamtime, da oggi, si mette un abito nuovo: dalla gelida periferia milanese di inizio febbraio, prende vita una redazione nuova, diversa e indipendente, aperta a nuovi spunti creativi e indissolubilmente legata al mondo della danza, classica e contemporanea.
Un magazine edito dall'Associazione Culturale Vi.d.A., produttore del Festival Internazionale Dreamtime: danza senza limiti, che della Mixed Abilities Dance ha fatto la sua bandiera.
Il magazine vanta un parterre di prim'ordine, composto da giornalisti affermati e nuove leve: Francesca Pedroni per la danza contemporanea, Manuela Binaghi per il balletto classico, Anna Colafiglio per il teatrodanza di ricerca e i prodotti artistici di confine, Paola Banone per il Mixability Style italiano e internazionale.
Direttore del magazine è Claudio Arrigoni, giornalista sportivo e commentatore dello sport paralimpico per Rai e Sky; musa dell'intera operazione è Anna Maria Prina, la "mitica direttrice" della Scuola di ballo del Teatro alla Scala, coinvolta da Paola nel lavoro con la Cie MixAbility Dreamtime dal mese di settembre 2011.
La nostra redazione punterà su una comunicazione più prettamente visiva, basata su videointerviste e materiale fotografico; le prime nazionali e internazionali di artisti di fama mondiale e le creazioni di autori di talento saranno protagoniste indiscusse del nostro operare. Contestualmente, un'intera sezione del magazine sarà dedicata a preziosi materiali didattici e contributi provenienti dal mondo della danza.
Dateci la possibilità di stupirvi.
Buona lettura e buona visione.

la Redazione
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22/02/2012
Recensioni-Italia
Teatro degli Arcimboldi, 18 e 19 febbraipo 2012

Suivront mille ans de calme

La nuova creazione di Angelin Preljocaj

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Suivront mille ans de calme di Angelin Preljocaj, ispirato all’Apocalisse di San Giovanni, è un racconto per immagini che non narra una storia ma che traduce in un linguaggio visivo il contrasto tra il buio e la luce, tra la foga di esistere e di combattere e l’anelito a una pace futura. Preljocaj affonda il suo sguardo nell’Apocalisse a partire dal significato etimologico della parola stessa, dal greco “apokalyptein”, rivelare, far luce su qualcosa di nascosto. Un punto di vista che per il coreografo ha comportato un pensiero sul corpo danzante come svelatore dell’umano travaglio, un corpo che dà voce alla carne e allo spirito.
Musica techno di Laurent Garnier, scenografie che trasformano oggetti presi dal quotidiano dell’artista indiano Subodh Gupta, costumi dello stilista Igor Chapurin, Suivront mille ans de calme alterna in tutto lo spettacolo quadri di gruppo a passi a due, ora angelici, come spesso quelli femminili, ora più terreni, come quelli maschili, ora pieni di voracità sessuale, come il duo uomo-donna danzato contro il muro. Questa mobilità di segno e di sentire si impagina in una struttura prettamente coreografica: quasi a rarefare, addirittura a volte a proteggere, nella distanza di un segno quasi astratto, il messaggio potente dell’Apocalisse. Preljocaj proietta lo spettatore in un andare avanti e indietro tra le ere, tra immagini più strettamente bibliche come il gruppo con il libro in bocca, ad altre più calate nella contemporaneità, come quella danzata tra le sedie, il gesto automatizzato e frenetico dei nostri giorni.
Suivront mille ans de calme non lancia profezie, chiede piuttosto un tempo di sedimentazione: può anche essere letto anche solo come pura, godilibissima coreografia, ma sotto l’apparenza, la forma, come già avvenne nel suo Le Parc, creato per l’Opéra di Parigi, Preljocaj inietta il ribollio sotterraneo dei temi che esplora. Ed è così che l’Apocalisse palpita sottotraccia: i danzatori avvolti dalla bandiere degli Stati del mondo ci riportano al “canto della vittoria”, il quadro finale, meraviglioso, del lavaggio delle stesse bandiere, accusa collettiva alle guerre tra i popoli, si lega a quel “beati coloro che lavano le loro vesti” della parte finale del testo di San Giovanni. Preljocaj riscrive nel nostro tempo drammatico l’epilogo del testo, chiudendo lo spettacolo con due agnellini in scena che camminano sopra le bandiere stese a terra. Un’immagine spirituale, ma anche laica e terrena: messaggio al mondo di pace e rinascita.

Si ringrazia per la concessione delle foto il Teatro Ponchielli e il fotografo Giampaolo Guarnieri.


Francesca Pedroni
22/02/2012
Recensioni-Italia
Teatro degli Arcimboldi, 18 e 19 febbraio 2012

Suivront mille ans de calme

La nuova creazione di Angelin Preljocaj

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L'aveva preannunciato Angelin Preljocaje, che la sua lettura dell’Apocalisse di San Giovanni nello spettacolo Suivront mille ans de calme, non sarebbe stata letterale ma impressionista. E’ stato fedele alle sue dichiarazioni: ha, infatti, creato un lavoro di grande impatto visivo, con scene di gruppo accattivanti, alcuni passi a due, quello poetico dei due ragazzi omosessuali, di una fisicità struggente e l’altro, in chiave sado maso di una donna schiacciata con violenza contro un muro, dal suo partner bendato, con espliciti rimandi all’attualità. I riferimenti simbolici all’Apocalisse, uno dei libri più difficili ed emblematici del nuovo testamento, sono volutamente rari, pensiamo alla scena con i ballerini che danzano con i libri tra i denti ma anche al finale con i due agnellini e la purificazione dei peccati dell’umanità, rappresentata dal lavaggio di tutte le bandiere del mondo. In Suivront mille ans de calme Preljocaje segue con rigore un’estetica accattivante e un linguaggio coreografico preciso, supportato con eleganza dalle scenografie e dai costumi dell'indiano Subodh Gupta (interessanti le pareti quadrate ruotanti, i costumi a tratti invisibili e in altri coloratissimi, gli elmi) e dalla musica ipnotica del dj Laurent Garnier. Un lavoro, dunque, confezionato ad hoc, ma che non pulsa di quell'anelito mistico e visionario che l'Apocalisse di San Giovanni sprigiona: il passo a due femminile, due sorte di angeli, sul lirico Chiaro di luna di Beethoven non ci trasporta in dimensioni più oniriche ( una delle due danzatrici , tra l’altro, non è all’altezza del resto della compagnia) e anche il pezzo su Les Anges di Rippert, con le ballerine che si muovono con le catene al collo , non esalta quella dimensione tragica di un'umanità incapace di liberarsi dal peso dei propri peccati. Se nella parte iniziale dello spettacolo, con i corpi delle donne avvolti in teli di plastica trasparente, quasi a simboleggiare dei feti pronti a liberarsi dalla placenta per entrare nel mondo, promette una dimensione quasi onirica, Preljocaje prende, in seguito, le distanze dalle sue primarie intuizioni visionarie. Nel corso della creazione si lascia forse troppo guidare da una ricerca coreografica razionale, dove la toccante poesia di cui invece è un grande maestro, si estetizza in eccesso e rischia di regalare al pubblico un lavoro patinato, con un gran finale ricco di speranza per l’umanità, ma dove la forma rischia di soffocare il pathos.

Si ringrazia per la concessione delle foto il Teatro Ponchielli e il fotografo Giampaolo Guarnieri.

Manuela Binaghi
20/02/2012
Video interviste-Interviste
Introduce Anna Maria Prina

7 minuti con Angelin Preljocaj

Ideazione e regia di Francesca Pedroni


Abbiamo incontrato il coreografo franco-albanese Angelin Preljocaj, nome storico della danza d'oltralpe dai primi anni Ottanta. Con la sua compagnia, il Preljocaj Ballet di Aix-en Provence ha portato al teatro Ponchielli di Cremona e agli Arcimboldi di Milano lo spettacolo "Suivront mille and de calme" ispirato all'Apocalisse di San Giovanni.

Francesca Pedroni
09/02/2012
Recensioni-Italia

CRT Teatro dell'Arte

Bastano un paio di occhiali a cambiare il punto di vista?

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Trilogia degli occhiali scritto e diretto da Emma Dante. Dopo aver apprezzato la regia della Carmen, che ha inaugurato la Stagione 2009/2010 del Teatro alla Scala, Dreamtime si cimenta con l‘ultimo lavoro della regista palermitana.


Un unico spettacolo che ne contiene tre, tenuti insieme dall’elemento degli occhiali: un oggetto transizionale, come direbbe il buon Winnicott, una specie di coperta di Linus che permette un vero sliding doors dell'assetto drammaturgico. Il nostro lavoro con la danza e il Mixed Abilities Group, agisce sullo stesso piano della metafora degli occhiali di cui si è servita Emma Dante: educa l'occhio dello spettatore alla diversità, a quella disgraziata bellezza che caratterizza i corpi diversi, imperfetti dei nostri danzatori. Partiamo dall'ultimo pezzo di questa Trilogia, dai corpi di due anziani Ballarini, mascherati, segnati dal tempo, dal dolore e dalla sofferenza della vita. Come per magia, grazie alla musica e alla danza, i due ripercorrono in un flashback la loro storia d'amore e di coppia: i figli, la carriera, gli amori e i litigi, la fatidica frase "mi vuoi sposare", la consegna dell'anello, con i tempi scanditi dalla musica della loro epoca. Non si tratta di danza, ma di movimenti del corpo dei due attori; lo spettacolo è estremamente poetico, toccante e delicato, e dà la possibilità al pubblico di immedesimarsi e rileggere la propria storia. Di certo, la nostra mente è stata colpita dalla presenza di questo passato ingombrante che ritorna, illuminato sulla scena dallo sguardo lucido e ironico di Emma Dante, che lascia poco spazio alla speranza. Il Castello della Zisa, secondo capitolo dello spettacolo, è stato un divertente pugno allo stomaco. Si consideri, infatti, il nostro lavoro di operatori sociali, che si attua a stretto contatto con le persone diversamente abili: chi conosce l'azione di cura, quella quotidianità che si attua ogni giorno per tutti giorni, propria delle mamme, delle suore, dei bravi educatori e di tutti coloro che si dedicano alla relazione d'aiuto e a raccogliere le lacrime della sofferenza altrui, non può rimanere indifferente a questo secondo pezzo. La reazione improvvisa del giovane uomo, nata da uno spunto creativo, o meglio, da una divertente azione rotatoria del cerchio sul suo braccio, assieme alla danza delle donnine-carillon in proscenio, ci hanno subito riportato alla mente il nostro lavoro con la danza, nonché l‘inevitabile erotizzazione e sublimazione dell'attrazione sessuale che si scatena nella relazione di aiuto (e che è necessario gestire come una relazione contro transferale). Il risveglio del giovane uomo autistico e catatonico, una volta avvenuto, viene ulteriormente amplificato dall'utilizzo degli occhiali. Concludiamo con Acquasanta, primo capitolo di questa Trilogia, in cui un marinaio pazzo, delirante, abbandonato e ancorato alla banchina di un porto qualunque, in un decor che riesce a ricreare anche la sonorità delle onde e il tintinnio delle sartie, si mette in scena attraverso il gioco di un corpo legato alle ancore, quasi a rimarcare l’avvenuto espianto da quel mondo che era il suo, l‘unica vita possibile. L'estrema poesia di questa visione, viene, però, soverchiata proprio dalla recitazione: esagerata la bava, che, prodotta in modo nauseante per quasi tutto il pezzo, risulta essere del tutto gratuita e disturbante. Il ricordo più bello di questo primo pezzo, è legato alla dichiarazione d'amore che l’uomo fa al mare, il quale risponde inondandolo di acqua salata. La nostra riflessione su questo prodotto spettacolare è durata giorni: la Trilogia degli Occhiali contiene messaggi profondi che riguardano vita di tutti noi, aggrappati ai nostri ricordi, a un passato che ritorna e dal quale è così difficile liberarsi; come diceva Bion, infatti, "ogni cambiamento è vissuto nell'animo umano come una catastrofe". Sarebbe così semplice infilare un paio di occhiali e cambiare il nostro punto di vista sul mondo...quasi un atto sciamanico, magico. Lo spettacolo ci ha emozionato e abbiamo apprezzato soprattutto il secondo e il terzo capitolo della Trilogia. Quello di Emma Dante è un teatro che fa pensare, un genere che si compone di molti linguaggi della scena: dalla commedia dell'arte al teatro-danza contemporaneo. Uno spettacolo che consigliamo di vedere e vivere, con o senza occhiali.

Paola Banone
08/02/2012
Recensioni-Italia

Al CRT Salone Via Ulisse Dini

Assolutamente Solo, di David Batignani con David e Mario Batignani

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Un figlio, da solo sulla scena, legge sprazzi di uno scambio epistolare con suo padre: “unica si perpetua la mutabilità” è l’emblematico corollario paterno, ricorrente leitmotiv scenico che scandisce il tempo di un presente che si tramanda di padre in figlio. Una cabina rossa, trucchi di scena e pochi movimenti silenziosi: così si innesca la magia del trasformismo, quella magia che permette al figlio di divenir suo padre, al padre di sostituirsi al figlio. Una fortissima somiglianza fisica ci permette di scorgerli, l’uno negli occhi dell’altro, in una costante alternanza tra il piano del reale e quello dell’illusione scenica; è il gioco di uno specchio trasfigurante, che disvela il mutamento tangibile di un tempo trascorso, condensato nelle rughe sulla pelle paterna. La cabina per trasformisti è il luogo dello scambio, dell’incontro e della relazione tra i due personaggi; il rapporto tra loro si riflette nella sovrapposizione identitaria che confluisce in un discorso quasi “biologico” di perpetuazione genetica. Una tematica appassionata e forte, quella del rapporto tra padre e figlio, già scandagliata da Virgilio Sieni nel suo delicatissimo Osso e che David Batignani riprende, privandola tuttavia dello sguardo approfondito proprio del lavoro di Sieni per traslarla in un quadro leggero e naif. Assolutamente Solo regala al suo pubblico momenti di grande fascinazione visiva; il giocoso espediente trasformistico, permette agli attori di creare e rendere visibili immagini che si collocano alle soglie dell’onirico. La permanenza insistita su certe sequenze, fa perdere, tuttavia, la forza dell’impatto visivo iniziale, lasciando spazio a una sorta di pigrizia scenica che permea l’intera piéce. Nonostante ciò, il lavoro di Batignani appare dotato di una delicata lievità, che costituisce il suo punto di forza. Il finale esplicita la scissione identitaria tra le due figure in scena: sulle note di un tango danzato, padre e figlio riescono finalmente a incontrarsi, accompagnandosi l’un l’altro nei meandri della reciproca scoperta.

Anna Colafiglio
08/02/2012
Danza e Disability-Italia
Una bella novità.

Intervento di Francesca Pedroni alla Tavola Rotonda di DifferAbility.

Mind the difference. La bellezza della differenza.

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Pubblichiamo l’intervento scritto da Francesca Pedroni, per la tavola rotonda "Mind the difference, la differenza sta nell'occhio di chi guarda"; tenutasi il 5 dicembre 2011 su iniziativa dell’Associazione Culturale Viaggiatori dell’Anima, all’interno del progetto DifferAbility. 

Francesca Pedroni è una giornalista, critico di danza, autrice e regista di documentari sulla danza per Classica tv (canale 728, Sky). Scrive dal 2002 per il quotidiano il Manifesto. La redazione del nostro web magazine è lieta di accogliere tra le sue firme una delle poche giornaliste italiane che recensiscono e amano il prodotto artistico dello stile Mixed Abilities Dance. 

“Mind the difference” è un titolo che rispetto al settore di cui mi occupo, la danza, riporta immediatamente in primo piano un concetto cardine del Novecento. La pioniera della danza moderna del primo Novecento, Isadora Duncan, rivoluzionò l’arte del movimento, facendo spirare sull’idea stessa di danza un vento di libertà fino ad allora sconosciuto. Un’artista che rivelò la bellezza di poter danzare senza obbligatoriamente utilizzare passi predefiniti, ricercando piuttosto in se stessi una nuova armonia espressiva. In quella che lei chiamava “la danza del futuro” esaltava il corpo umano, come possibilità espressiva dell’anima, la “natura” e il “naturale” come dimensione originaria e universale, fondando scuole il cui obbiettivo era “sociale ed educativo”. Un credo che la fece ammirare in tutto il mondo. Grandi ballerini classici russi, come la leggendaria Anna Pavlova, dissero dopo averla vista che la danza non sarebbe più potuta essere la stessa. La lezione di Isadora contribuì non poco a rinnovare dall’interno il mondo accademico: l’avventura dei Balletti Russi di Diaghilev con la messa in luce dell’individualità del personaggio già ne sono esempio. Fokine, il coreografo di balletti cardine di inizio Novecento come “Petrushka” e “Uccello di fuoco”, promulgò una riforma nel 1914 dove mise l’accento sulla necessità di “non formare combinazioni di passi già pronti e stabiliti, ma di creare in ogni caso una forma corrispondente al soggetto, una forma la più espressiva possibile”… Questa attenzione alle caratteristiche del ‘soggetto’ significano già l’avvento di una danza curiosa delle differenze: Petrushka, la triste maschera russa, quel meraviglioso personaggio sensibile quanto fragile, interpretata dal dio della danza dell’epoca, Vaslav Nijinskij, avrebbe danzato in armonia con la propria personalità: un corpo ripiegato su se stesso, le spalle cadenti, i piedi indentro, una danza che raccontava un’anima. L’attenzione alle differenze, se a inizio secolo comporta la costruzione di una danza ad hoc per ogni personaggio, nel corso del Novecento porterà sempre più coreografi a lavorare in un modo nuovo con i propri danzatori, spronandoli a far emergere nel lavoro non solo le loro potenzialità creative, ma direttamente la loro individualità, nuda e cruda, al di là del riparo in un personaggio esterno a cui dare volto. Dai protagonisti della ‘modern dance’ americana, ai fautori della ‘danza libera’ tedesca dei primi decenni del Novecento come Rudolf Laban e Mary Wigman, a coloro che cominciarono a utilizzare con i loro interpreti l’improvvisazione e composizione come metodo creativo, ai grandi del tanztheater e a molti altri il secolo scorso ha fatto nascere una nuova visione dell’interprete, artista e spesso co/autore, senz’altro individuo portatore in scena della propria unicità. Attraversando il secolo al galoppo, come non avere negli occhi il tanztheater di Pina Bausch, un’artista che ha dedicato il proprio lavoro a mettere in luce “ciò che muove le persone”? Diceva: “nei miei spettacoli ognuno è se stesso. Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ma ci sono anche dei momenti in cui si resta senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto comincia la danza e per motivi del tutto diversi dalla vanità. Il tuo io è ciò che il corpo rivela nelle relazioni con le persone. E parlare con il corpo è così naturale, meraviglioso”. Essere attenti alle differenze ha significato per Pina Bausch e per molti altri formare compagnie in cui i danzatori non rispondono a un ideale canone estetico, ma dove ogni interprete è portavoce di una propria bellezza e capacità espressiva. La compagnia di Bill T. Jones, afro-americano, sieropositivo dichiarato, paladino della differenza come valore portante, è da più di vent’anni un esempio eclatante di cosa significhi danzare a partire non solo da corpi, ma da potenzialità umane, cognitive, psicologiche non omologate. La scoperta di quanto la messa in luce di ciò che differenzia i singoli nel lavoro comune arricchisca umanamente e artisticamente i partecipanti tutti, di quanto la differenza sia un valore aggiunto e non una perdita, ha portato coreografi, registi, docenti a spingere oltre la ricerca. Se è notissimo il lavoro di Bob Wilson con portatori di handicap, si pensi nei primi anni Settanta a “Deafman Glance”, "opera del silenzio" con attori sordomuti, tanti altri sono i percorsi nella danza e nel teatro in cui il lavoro con interpreti diversamente abili è cruciale nella ricerca. In Inghilterra gruppo di riferimento è la compagnia Candoco, fondata nel 1991 da Celeste Dandeker e Adam Benjamin. Da vent’anni rappresentano una modalità altamente professionale sulla possibilità di formare gruppi mixability. La loro compagnia ha sempre avuto al suo interno danzatori abili e diversamente abili, e le loro creazioni sono un esempio lampante di integrazione e di sviluppo creativo. Tra i loro interpreti è indimenticabile David Toole, un danzatore straordinario, eppure privo di gambe. La sua qualità di movimento, fluida, potente quanto delicata, lo ha fatto diventare anche uno degli interpreti chiave di alcuni lavori dei DV8 di Lloyd Newson, di cui il film “Cost of Living”, reperibile (è in commercio), merita di essere visto per comprendere l’impatto del mixability. Chi però ha dato un rilievo forse ancor più pungente e approfondito alla visione dell’interprete come essere umano, è negli ultimi anni Alain Platel, fondatore in Belgio dei Les Ballets C de la B, l’artista a cui guardare oggi come il vero grande erede di Pina Bausch, ora che lei non c’è più. Non perché Platel ne sia un allievo, il suo percorso è indipendente, ma perché ci tocca l’anima con la stessa acutezza e forza. Si esce da Platel, capendo sempre qualcosa in più della propria vita, del mondo in cui si vive, della relazione con gli altri. E questo fa la differenza. Platel arriva al teatro quasi per caso. Ha alle spalle una formazione da ortopedagogista, inizia a fare teatro da autodidatta, formando con amici e con la sorella un collettivo. Il suo percorso di lavoro con bambini diversamente abili ha segnato fortemente la qualità della sua ricerca. Durante le riprese del documentario “L’umanità in primo piano” realizzato come autrice per il canale Classica tv, produttore del programma, Platel dice: “Il mio passato come psicologo, quando lavoravo con bambini disabili, influenza costantemente il mio lavoro. Abbiamo sviluppato una sorta di linguaggio fisico, che per alcuni evidenzia questo legame con persone diversamente abili. Rimanda alla ricerca che alcuni danzatori stanno facendo per trovare una forma di danza, un linguaggio fisico, con cui esprimere sentimenti universali, nei quali gli esseri umani possano riconoscersi”. Che siano o non siano presenti nei suoi lavori (a volte accade, altre no) persone diversamente abili, Platel ha saputo mettere al centro del suo lavoro danzatori, artisti che ci confrontano con le difficoltà psico-fisiche dell’essere umano, con una sincerità e una capacità di svelamento fuori dal comune. E’ a Platel che bisogna guardare per ritrovare quella capacità di scrutamento e di messa a fuoco di “ciò che muove” le persone, ma anche per tenere vivo, insieme alle proposte di altri artisti, come in Italia Virgilio Sieni per la sua ricerca con i non vedenti; Antonella Bertoni per il toccante, ironico “Le fumatrici di pecore”, Alessandro Sciarroni per il pungente, indimenticabile “You, girl”, il nostro sguardo sulle differenze, su ciò che le differenze ci svelano e ‘regalano’ con la loro, mai, proprio mai, scontata bellezza.

Si ringrazia per la gentile concessione delle foto:
"Out of Context" di Alain Platel, andato in scena al festival Torinodanza (foto di Chris Van Der Burght)

Antonella Bertoni e Patrizia Birolo in "Le fumatrici di pecore" coreografie di Antonella Bertoni e Michele Abbondanza (foto di Santa Castignani).

Giuseppe Comuniello e Dorina Meta in "Oro" di Virgilio Sieni


Francesca Pedroni
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A contribute of Francesca Pedroni at the Round Table of DifferAbility.

Mind the difference. La bellezza della differenza.
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